LE MILLE BALLE ROSA / PINK(WASHING) CLOUD

Prima vignetta

LE MILLE BALLE ROSA / PINK(WASHING) CLOUD

Non serve una laurea per accorgersi che il mondo delle discipline scientifico-tecnologiche (le cosiddette STEM) non è un mondo per donne. 

Unione Europea, singoli governi e varie fondazioni private sembrano essersene accorti negli ultimi anni e hanno prontamente reagito con una serie di progetti dedicati alla promozione delle “quote rosa” in questi campi. Microsoft, sull’onda di queste mobilitazioni, rilancia il progetto Nuvola Rosa“, nato nel 2013 proprio con l’obiettivo di avvicinare laureande e neolaureate al mondo delle tecnologie.

Il tentativo di Microsoft di proporsi come paladina dei diritti delle donne è uno dei peggiori casi di pinkwashing cui abbiamo assistito negli ultimi anni e rivela quello che è poi il principale obiettivo dell’azienda: costruirsi un momento di visibilità all’interno dell’università, sfruttando un immaginario che lei stessa (e le aziende che la accompagnano) ha contribuito a produrre. 

A partire dall’università, per finire al mondo della ricerca e del lavoro in azienda, le discriminazioni che una donna subisce in ambito tecnico-scientifico sono numerose e così capillarmente diffuse da aver scatenato una sorta di loop che ha portato nel corso degli anni le ragazze a dirottare su materie più “femminili”. I dati delle ricerche CEPS (Centro Studi delle Politiche Europee) confermano che il campo umanistico è oggi l’unico in cui le donne non sono eccessivamente discriminate rispetto agli uomini e fotografano una realtà decisamente problematica rispetto al campo STEM, sottolineando come la discriminazione di genere aumenti ancora al di fuori del mondo universitario, facendo in modo che le lavoratrici del settore siano decisamente penalizzate rispetto ai loro colleghi maschi.

Nel progetto Nuvola Rosa si parla di incentivare l’ingresso delle donne in campo scientifico, ma non si parla di stereotipi di genere e soprattutto non si parla di diritti dei lavoratori. Una presa di posizione seria sul problema imporrebbe di riconoscere il fatto che le donne non lavorano in questo settore perchè si sentono discriminate, sottopagate rispetto agli uomini (in Italia il gender gap nelle paghe è ancora altissimo) e molto spesso si trovano costrette ad operare una scelta tra vita familiare e carriera in favore dell’ultima. Forse le donne lavorerebbero tranquillamente nelle aziende tecnologiche se queste stesse aziende decidessero di fornire una serie di ammortizzatori sociali tali da permettere loro di lavorare senza scendere a compromessi in famiglia e sul luogo di lavoro. In sostanza, l’equità salariale, i congedi parentali e la tranquillità di poter decidere quando e come avere figli senza avere il timore di perdere il posto sarebbero la miglior ricetta contro l’anemia di donne in questo campo.

Ci rendiamo però perfettamente conto del fatto che Microsoft e aziende connesse non abbiano minimamente tra le proprie priorità la risoluzione del problema e che sia enormemente più remunerativa in fatto di ritorno pubblicitario l’organizzazione di un grande evento come questo, nel quale viene affrontata solo la superficie del problema e si rinuncia ad attaccarne le cause, dal momento che quelle cause sono create dalle stesse aziende promotrici.

Il fatto che nell’edizione del 2015 (in collaborazione con quella grande operazione di pink washing che è stata l’Expo “delle donne”) si facesse più volte riferimento alla “Grande Madre” che agli stereotipi di genere è decisamente indicativo del basso grado di interesse che Microsoft ha nel realizzare qualcosa di più serio che non una ridicola operazione di discriminazione “positiva”, ricorrendo a un ritrito immaginario popolato dai soliti modelli femminili materni e rassicuranti. Sorvoliamo poi sulla scelta del nome, vero campione di originalità che chiama in campo quello stesso stereotipo che si vorrebbe decostruire, e sulle modalità retoriche decisamente paternaliste che vengono sfoggiate per incoraggiare le giovani donne ad entrare nel mondo delle discipline STEM. Il modello femminile che ci viene proposto insomma si riassume alla solita triste dicotomia: puoi essere vincente, sveglia e di successo se segui la ricetta emancipatoria che ti viene proposta, altrimenti sei poco “sveglia” e non “vuoi fare strada”. Questo discorso è un grande classico di quella cultura manageriale che già Facebook aveva sdoganato: la donna in carriera che, in nome dell’emancipazione, difende un apparato produttivo che sfrutta le proprie “sorelle” e che difende quella stantia idea del “valore aggiunto della diversità femminile” che è la ben nota antifona su cui poggia l’ideale femminile borghese

Sentiamo parlare di propensione femminile al multitasking, di naturale compassione femminile e di sesto senso delle donne: siamo sicuri che tutte queste non siano invece favole raccontate per lusingarci? Cosa c’è di emancipatorio nel lavoro precario, nella perdita del diritto di costruire una famiglia o nell’accettazione di un unico modello emancipatorio preconfezionato?

Se dovessimo poi fugare ulteriori dubbi circa l’effettivo scopo dell’evento, possiamo analizzarne la lista dei relatori: in un’inziativa come questa ci aspetteremmo che vengano presentate donne con specializzazioni scientifiche come relatrici dell’evento. I 26 relatori, invece, sono tutti esperti di marketing, risorse umane e altre professioni, e gli unici 3 specialisti informatici presenti all’evento sono uomini. Il fatto che siano presenti solamente due donne scienziate (di cui una specialista in ambito medico) tra le figure proposte dagli organizzatori come role model la dice lunga sul reale interesse che queste aziende hanno nel promuovere l’occupazione femminile in ambito informatico. Le donne presenti sono competenti e con altissime qualifiche, ma lavorano in ambiti tradizionalmente associati al genere femminile (quali marketing, direzione creativa, mediazione culturale), per cui l’evento, oltre a non sfondare il “soffitto di vetro” della discriminazione di genere, non lo sfiora nemmeno e torna a proporre i soliti triti stereotipi sulle capacità lavorative femminili. Perchè infatti una donna dovrebbe sentirsi motivata a diventare informatico o ingengere sentendo testimonianze da parte di direttrici creative, storyteller o specialiste nella selezione del personale?

Di “rosa” noi vediamo solo il pinkwashing che Microsoft sta mettendo in atto!

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